“Il mio amico Pound ha ragione”

31 01 2013

«“Ma qvesto”,

disse il Duce, “è divertente”

afferrando il punto prima degli esteti».

 

L’incipit del canto 41 in cui Ezra Pound rievoca il suo incontro con Benito Mussolini (the Boss, nella versione originale) avvenuto esattamente 80 anni fa costituisce da sempre un vero rompicapo per gli storici e i letterati. Se la “v” in “qvesto” sembra alludere in parte alla romanità e in parte al marcato accento romagnolo di Mussolini (un particolare, quest’ultimo, che viene sottolineato proprio per segnare ulteriormente la natura popolare e popolana del capo del fascismo e la conseguente distanza tra lui e “gli esteti”), il giudizio si riferisce, come noto, alla lettura, da parte del Duce, dei primi 30 Cantos. Ma facciamo un passo indietro.

Informazioni di prima mano su Mussolini, al di là di ciò che il poeta leggeva nei giornali e vedeva per le strade, Pound le aveva avute da Olga Rudge, che già nel 1923 aveva suonato il violino per il leader fascista, riportandone un’opinione lusinghiera: il Capo di Stato appariva alla musicista americana come un uomo politico illuminato, amante dell’arte, che sapeva a sua volta suonare il violino e sembrava molto competente della materia per essere un profano. Tali racconti dovevano aver fatto grande presa su Pound, che da sempre auspicava una politica più attenta al mondo dell’arte e della cultura. Nei primi anni Trenta il poeta, come detto in precedenza, cominciò a muoversi per cercare di incontrare Mussolini. Anni dopo cercherà di fare altrettanto con Roosvelt, senza riuscirci. Con Mussolini dovette insistere un bel po’, ma alla fine lo incontrò (ulteriore conferma, ai suoi occhi, della superiorità dell’Italia fascista sull’America democratica), precisamente il 30 gennaio 1933, alle 17.30.

Il poeta portò a Mussolini una copia dei canti 1-30. Il Duce li sfogliò, lesse per un po’, poi esclamò: «È divertente». Il commento appare a prima vista naif, superficiale, quasi irridente. Tale, almeno, è sembrato negli anni ai soloni della cultura. Non così all’autore dei Cantos, che proprio a questo episodio dedicherà l’incipit del canto 41 che abbiamo già visto precedentemente. Come spiegare l’entusiasmo di Pound? I più propendono per l’accecamento puro e semplice del poeta di fronte al suo eroe, ma forse che le cose stanno diversamente. Secondo Tim Redman, infatti, Mussolini era rimasto colpito da un passaggio in cui un personaggio dei Cantos parla in dialetto e aveva chiesto di cosa si trattasse. Dopo la spiegazione, il Duce si mise a ridere e disse che la cosa era divertente. Pound rimase folgorato e il perché ce lo ha spiegato di recente la figlia Mary: «Solo pochi giorni prima Joyce si era lamentato con mio padre perché nessuno gli aveva detto che l’Ulysses era divertente. Bisogna conoscere i retroscena». Antonio Pantano, invece, ha ricondotto il divertimento di Mussolini alla comprensione del metodo poundiano per eliminare le imposte, tassando direttamente il denaro con il ben noto meccanismo della moneta prescrittibile. Eliminare le tasse: quale governante non riterrebbe questo “divertente”?

Nello stesso incontro, comunque, pare che Mussolini e Pound abbiano discusso di cultura cinese e del concetto confuciano del “mettere ordine nelle parole” per mettere ordine nelle idee. Al che Mussolini, evidentemente molto ben ispirato, quel giorno, chiese al poeta perché mai volesse mettere ordine nelle sue idee, confermando a Pound l’impressione di stare parlando con un uomo geniale. Idea che molti commentatori hanno giudicato ingenua, anche se uno studioso non certo fascisteggiante come Hugh Kenner ha potuto scrivere: «Nel 1933 sembrava possibile credere che Benito Mussolini comprendesse queste nozioni. Forse, in un certo senso, era così». Anche il fatto che Pound lo chiamasse “the Boss” (ma altre volte utilizzava nomignoli come “Mus” o “Ben” oppure, curiosamente, lo appellava “il toro”) non va trascurata: Pound, evidentemente, riconosceva nel capo del fascismo anche il proprio capo.

La convocazione dell’udienza venne appesa nello studio di Pound, mentre sulla carta da lettere finì la frase mussoliniana «la libertà è un dovere», liberty, a duty. Nel 1945, nei primi interrogatori con il comando militare americano, ricostruirà ancora una volta l’incontro con Mussolini, sbagliando la data ma aggiungendo ulteriori particolari: «Intorno al 1929, ho avuto un’udienza con Benito Mussolini che era a conoscenza del mio libro “Guido Cavalcanti” che gli avevo presentato l’anno prima. Lui pensava di discutere di quello, ma io invece gli ho sottoposto una serie di domande di argomento economico molto incalzanti». Altre richieste di colloquio finirono invece nel vuoto, spesso bloccate sul nascere dalla segreteria del Duce, decisamente poco a suo agio di fronte alla prosa creativa dei testi che il poeta continuava a inviare a Mussolini. Eppure il nome di Pound ricorre più di una volta in un testo centrale per la comprensione del pensiero del capo del fascismo: i Taccuini mussoliniani di Yvon De Begnac. Come noto si tratta della mole sterminata di appunti che il giovane giornalista conservò in occasione dei suoi colloqui con Mussolini avvenuti fra il 1934 e il 1943. Da questi taccuini avrebbe dovuto infine nascere una biografia del Duce che non vide mai la luce per le contingenze storiche, mentre gli appunti vennero in seguito pubblicati così come erano, con lunghi monologhi privi di domande sugli argomenti più disparati. E in tutto questo, come detto, compare più volte il nome di Pound. La citazione più importante recita, fra l’altro:

«Il mio amico Ezra Pound ha ragione. La rivoluzione è guerra all’usura. È guerra all’usura pubblica e all’usura privata. Demolisce le tattiche delle battaglie di borsa. Distrugge i parassitismi di base, sui quali i moderati costruiscono le loro fortezze. Insegna a consumare al modo giusto, secondo logica di tempo, quel che è possibile produrre. Reagisce alle altalene del tasso di sconto, che fanno la sventura di chi chiede per investire nell’industria, e aumenta il mondo del risparmio, riducendone il coraggio, contraendone la volontà di ascesa, incrementandone la sfiducia nell’oggi, che è più letale ancora della sfiducia nel domani. Allorché il mio amico Ezra Pound mi donò le sue “considerazioni” sull’usura, mi disse che il potere non è del danaro, o del danaro soltanto, ma dell’usura soltanto, del danaro che produce danaro, che produce soltanto danaro, che non salva nessuno di noi, che lancia noi deboli nel gorgo dalla cui corrente altro danaro verrà espresso, come supremo male del mondo. Aggiunse in quel suo italiano, gaelico e slanghistico, infarcito di arcaismi tratti da Dante e dai cronachisti del trecento, che il potere del danaro e tutti gli uomini di questo potere regnano su un mondo del quale hanno monetizzato il cervello e trasformato la coscienza in lenzuoli di banconote. Il danaro che produce danaro. La formula del mio amico Ezra Pound riassume la spaventosa condizione del nostro tempo. Il danaro non si consuma. Regge al contatto dell’umanità. Nulla cede delle proprie qualità deteriori. Contamina peggiorandoci in ragione della continua salita del suo corso tra i banchi e le grida della borsa nelle cui caverne l’umano viene, inesorabilmente, macinato. Il mio amico Pound ha le qualità del predicatore cui è nota la tempesta dell’anno mille, dell’anno “n volte mille” sempre alle porte della nostra casa di dannati all’autodistruzione. La lava del denaro, infuocata e onnivora, scende dalla montagna che il cielo ha lanciato contro di noi, mi ha detto il mio amico Pound; e nessuno, tra noi, si salverà. Il mio amico Pound ha continuato con voi, come mi avete detto, nella casa romana dello scrittore di cose navali Ubaldo degli Uberti, l’analisi di come il danaro produce soltanto danaro, e non beni che sollevino il nostro spirito dalla palude nella quale il suo potere ci ha immerso. Non è ossessione la sua. Nessun uomo saggio, se ancora ne esistono, ha elementi per dichiarare esito di pericolosa paranoia il suo vedere, tra i blocchi di palazzi di Wall Street e tra le stanze dei banchieri della City, le pareti indistruttibili dell’inferno di oggi. I Kahn, i Morgan, i Morgenthau, i Toeplitz di tutte le terre egli vede alla testa dell’armata dell’oro. Pound piange i morti che quell’esercito fece. E vorrebbe sottrarre a ogni pericolo tutti noi esposti alla furia del potere dell’oro. Con il vostro amico Pound ho parlato di quello che Peguy ha scritto contro il potere dell’oro. Conosce quasi a memoria quelle pagine. Ne recita brani interi, senza dimenticarne alcuna parola. Il suo francese risale agli anni parigini in cui la gente di New York, di Boston, emigrata a Parigi, pensava ancora che l’occidente fosse fra noi. Illusa, quella gente, che scegliendo Parigi, il potere dell’oro sarebbe andato per stracci, almeno per questi migranti della letteratura. È, quel francese di Pound, come un prodotto del passato, come una denuncia del troppo che stiamo dimenticando, tutti noi che corriamo il rischio, o che già lo abbiamo corso, di finire maciullati dal potere dell’oro».

Adriano Scianca

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Resoconto Consiglio comunale del 6 Novembre

7 11 2012

Il Sindaco è cambiato, ma nulla è cambiato per il Parco, si potrebbe dire.
Tambellini rivendica esultante di essere mandante morale ed esecutore materiale del dissestamento del Parco.
Naturalmente, non prima di aver sbrodolato la solita trita retorica patriottarda cara già alla vecchia Giunta: massimo rispetto per il Parco, massima comprensione del significato degli alberi. A parole, perchè nei fatti si tagliano comunque.

Eppure il Sindaco vorrebbe celebrarci nuovamente il 4 Novembre (chi glielo ha impedito quest’anno? Noi lo abbamo celebrato lì) e rimettere i nomi dei caduti “se si trovano” (li abbiamo trovati noi, e li avevamo pure rimessi agli alberti, finché qualcuno non li ha tolti).

Tutto come con il vecchio Sindaco quindi?
No, peggio.

Peggio perchè Tambellini, quando sulla graticola c’era Favilla, sul Parco si è sempre defilato, non partecipando alla votazione, per non assumersi responsabilità che, in vista della campagna elettorale, potevano danneggiarlo. Ora gli indugi sono caduti.

Peggio perché Tambellini fa parte del PD, di cui quattro senatori fecero un’interrogazione parlamentare a salvaguardia del Parco. E ora sarà il PD a metterci le mani. Ancora una volta, il teatrino delle miserie umane, di gesti fatti in campagna elettorale, per prendere qualche applauso e basta.

Peggio perchè Tambelli è riuscito a stringere un patto con la Sovrintendenza, che nega le sue decisioni precedenti, che viola la legge, che fa avvenire una cosa che non poteva farsi. E pensare che il Sindaco, ieri, nel suo sermone, ha elogiato lo stile tedesco, dove una cosa “si può fare o non si può fare”, non come in Italia, che “se non si può fare, in qualche modo comunque si farà”.
Esattamente come con il Parco, signor Sindaco.

Peggio perchè Tambellini e banda applaudente, c’hanno la democrazia sempre in bocca, come parola magica che dovrebbe comportare partecipazione, condivisione, concertazione, e tante altre belle foglie morte d’autunno.
Nei fatti del Sindaco, invece, c’è il dispregio delle 2000 firme raccolte per la tutela e la necessaria concertazione in seno al Consiglio.

Fra gli interventi, totalmente condivisibile quello di Lenzi (idv), che ha contestato punto per punto le artificiose giustificazioni del progetto.

Timida la contrapposizione di Macera (pdl), ficcante Angelini.
Bipolare il movimento 5 stelle. La Rosellini, che aveva promesso fuoco e fiamme, ha puntato l’attenzione solo sui costi e sulla questione sicurezza del Parco.
La Giorgi, ha invece detto che se costa uguale farlo o non farlo, va fatto.

Drammatico Allegrini (lucca civica), che ha letto un foglio che qualcuno gli ha messo davanti, e dopo aver idolatrato il Sindaco, ha chiuso dicendo che il nuovo progetto è il compromesso ottimale.

Insieme alle altre associazioni ostili al progetto, abbiamo richiesto un consiglio comunale aperto, dove prendere la parola.

Vi terremo aggiornati.





Non saremo il lavacro delle vostre coscienze

13 01 2012

di Andrea Antonini

Ciò che accade in questi giorni ha dell’incredibile.

In giorni in cui lo spettro del fallimento di Stato è usato come spauracchio per depredare una Nazione non più sovrana, certa stampa nazionale non trova null’altro da fare che monitorare costantemente il profilo Facebook, leggibile peraltro dai soli amici, di Gianluca Iannone, al fine di scovare la prova in grado di spogliare il re. I guardoni dello spirito aprono le danze e le iene si avvicinano.

Ecco quindi che una infelice battuta, forse non sufficientemente gonfia di quella ipocrisia venduta oramai un tanto al chilo, diventa la prova. La prova dell’odio covato, la prova della costante incitazione alla violenza, la prova che all’interno di una comunità che conta migliaia di militanti in tutta Italia, si annida il pericoloso germe dell’eversione.

Non si è scovata traccia di pubblica contrizione nei confronti del recente lutto subito dalla famiglia Saviotti nelle dichiarazioni del movimento, nemmeno dopo il circo mediatico scatenato da decine di dichiarazioni di sdegno e non sarebbe potuto essere altrimenti: noi la vostra ipocrisia non la subiamo.

Saviotti è certamente stato un pubblico ministero ligio al dovere, irreprensibile, incorruttibile, un fedele servitore dello Stato, noi non intendiamo discuterlo, ma è e resta colui che ha tenuto uno studente universitario di buona famiglia, incensurato e ventitreenne, in carcere per 28 giorni con l’accusa di rissa e lesioni aggravate. Unico caso in Italia. Nessuna flagranza, nessuna prova dell’aggressione, ma Alberto resta in carcere per 28 giorni, mentre il famigerato “pelliccia” – ricordate quel ragazzo fotografato nell’atto di lanciare un estintore contro la polizia il 15 ottobre dell’anno appena trascorso, durante la giornata nella quale la Capitale fu devastata? – di giorni a Regina Coeli se ne fa 23.

E’ e resta colui che, dinnanzi ad un attacco subito in mondovisione da una quarantina di ragazzi del Blocco Studentesco durante le proteste studentesche del 2010, ne indaga 21. Gli aggressori, arrivati in un corteo composto da centinaia di esponenti di centri sociali e collettivi vari da via Ostiense – si tratta di parecchi chilometri – tra-vestiti ed armati di tutto punto, di indagati ne conteranno 16.

Troppo poco per provare risentimento? Forse si, per tutti coloro che non hanno dovuto confrontarsi con famiglie distrutte dalla paura e dal dolore nel vedere i propri figli sbattuti in prima pagina durante arresti in tutto simili a quelli effettuati ai danni di pericolosi boss siciliani, napoletani o calabresi.

No per chi quell’esperienza, quel confronto, l’ha dovuto affrontare. Per questo non avrete mai la nostra pubblica ammenda, ma solo il nostro dito puntato.

Un dito puntato verso i Lorenzo Cesa, condannato in primo grado a 3 anni e 3 mesi di reclusione per un giro di tangenti, dal 1986 al 1993, su appalti truccati per 750 miliardi di lire e quantificabile in 35 miliardi di lire.

Un dito puntato verso le Polverini, la quale nel corso di un vero e proprio blitz di Natale – erano le ore 2.35 quando il provvedimento veniva approvato nella finanziaria 2012 della Regione Lazio – assiste alla estensione del vitalizio, dai 50 anni, ai 14 assessori esterni della sua Giunta – 3 mila euro netti al mese per tutta una vita ed una sola legislatura.

Un dito puntato verso gli Alemanno, che nel corso dei primi due anni di mandato permette l’arruolamento di 850 persone nella municipalizzata e disastrata ATAC – parenti, amici, segretarie, fidanzate, amanti e cubiste di esponenti del PdL e non solo – e 954 nella municipalizzata AMA, con i medesimi criteri di merito della prima.

Un dito puntato verso i Niki Vendola, colpevole di aver abbandonato l’anziana coppia dei De Salvo, suicidi insieme dopo una vita insieme per non aver ricevuto un alloggio popolare, al termine di una vicenda che ha commosso l’Italia e lasciato indifferenti tutte le democratiche istituzioni, mentre 57 tirocinanti venivano pagati dalla ASL di Bari per riparare mobili antichi.

Un dito puntato contro i Veltroni, che dopo 34 anni approva, a ridosso delle elezioni, il piano regolatore della capitale – tutta la stampa, nemica e non, lo definirà una maxi elargizione ai soliti costruttori – e, nella città dove trentamila famiglie vivono sotto sfratto, non individua un metro quadrato per l’edilizia popolare.

Un dito puntato verso tutti coloro che vomitano il proprio disprezzo per coprire le proprie nefandezze: ai Peciola, che guidò l’attacco agli studenti a piazza Navona, ai Santilli – ma chi è? – che definisce Casapound un cancro per Roma, agli Zingaretti, che definisce una battuta infelice con i termini di “vomitevole e indegna della razza umana”.

No signori miei, non siamo noi il cancro d’Italia, non vi servirà strillare più forte per coprire il rumore della vostra banda del buco.

Non distoglierete mai la nostra attenzione dai vostri Bersani, Baccini, Di Pietro e da tutti coloro che si presentano in Parlamento una volta su tre, nella migliore delle ipotesi – c’è anche chi si è presentato una volta su 100 –, aspettando il proprio mensile compenso di 12.000 euro al mese e 4.000 per i propri portaborse.

Non vi servirà strillare, perché noi lo sappiamo che lo fate a comando: non vi siete scandalizzati per i cori inneggianti 10,100,1000 stragi di Acca Larentia, non lo avete fatto davanti alle vergognose esternazioni sulla morte di Taricone – eppure in quel caso non ricordo indagini della polizia postale per accertare responsabilità ed identità; non sarà che questa magistratura che oggi vuole “colpire con durezza” una esternazione privata è, a volte un po’ distratta? – né su quella di Tremaglia.

Io lo capisco che è brutto avere a che fare con gente che di continuo denuncia quanto sporca sia la vostra vita, ma non pensate di cavarvela facendo apparire la nostra come oscura e terribile: noi per fare ciò che facciamo mettiamo quotidianamente le mani nelle nostre tasche spesso vuote, voi per continuare a pagare l’aragosta 5 euro, ci togliete anche il futuro.

Non vi servirà questo livore per isolarci dalle Istituzioni. Noi le istituzioni che perseguitano, puniscono senza condanne, depredano, svendono sé stesse e gli altri alla tavola del miglior offerente, non vogliamo frequentarle.

Noi vogliamo stare dalla parte del Popolo, quello che trema per il futuro, quello che si sacrifica affinchè voi possiate godere dei vostri lauti vitalizi, quello che si suicida perché Equitalia pignora la sua casa mentre le vostre principesce dimore vengono pagate con soldini di rame, quello che soffre affinchè voi possiate piazzare le vostre mignotte, quello a cui noi chiederemo il democratico consenso a cacciarvi una volta per tutte.

Dimenticavo: non vi servirà attaccare il nostro presidente nella speranza che qualcuno ne prenda le distanze. Spero abbiate capito da quanto detto prima che non siamo come voi: nel bene o nel male noi siamo un corpo solo, un’anima – ricordate il termine? – ed un cuore tanto grande da non potere essere spento.

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Perché ci piace Ezra Pound

10 01 2012

di Adriano Scianca

«Con Gallesi e la bravissima anglista Caterina Ricciardi dell’Università di Roma sono andato a parlare d’economia poundiana in CasaPound, un palazzo di sei piani occupato a Roma da un centro sociale antagonista, che vi ha sistemato una ventina di famiglie sfrattate dalla speculazione e svolge un’attività polemica contro l’usurocrazia […]. [Si tratta di] rari segnali vitali in un quadro politico stagnante e sconfortante».  Giano Accame

Vilmente ghignanti di affilata soddisfazione quando il poeta si rigirava nella gabbia da zoo in cui l’avevano rinchiuso, ora si preoccupano di quanto lo stesso si rivolti nella tomba. Non hanno pudore né dignità i poundiani dell’ultimissima ora, i custodi dell’ortodossia, di ogni ortodossia, dell’ortodossia in quanto tale. Sempre in cerca di una verità assoluta di cui vantare il monopolio, ora pretenderebbero persino di difendere Ezra Pound da CasaPound. Un nome, quest’ultimo, che suona alle loro orecchie come peccato di lesa maestà: del poeta, dicono, ma il potere che vedono oltraggiato è solo il loro. Perché in fondo lo sanno, non lo comprendono razionalmente ma lo avvertono, lo percepiscono nell’aria, come un brivido sull’epidermide: se Pound fosse qui, oggi, sarebbe con noi e non con loro.

Ad ogni modo, ad uso dei pigri, precisiamo che a CasaPound piace Ezra Pound perché:

● In un’epoca in cui qualsiasi cialtrone con velleità da provocatore si crede “anticonformista”, in cui il coraggio intellettuale è merce rara e la coerenza un lusso per pochi, Ezra Pound si assunse fino in fondo le responsabilità delle sue azioni e delle sue parole, pagandole entrambe con la tortura e la vendetta antifascista. È bene ricordare come il maggior poeta vivente, dopo la “liberazione”, venne rinchiuso, sessantenne, in una gabbia da zoo a cielo aperto per tre settimane. Con un secchio lercio per gabinetto, con il cemento nudo per branda, esposto al sole di giorno e ai fari accecanti di notte, sorvegliato a vista, esposto alle intemperie. Trasferito in America, passò tredici anni in manicomio criminale. Il primo anno e mezzo rimase in una corsia senza finestre, lampadine sempre accese, rarissime visite che ogni volta potevano durare massimo un quarto d’ora e comunque sempre in presenza di un secondino. Una dimensione di completa alienazione, senza luce del sole, senza contatti con l’esterno, senza dignità, senza senso. Ce l’hanno chiuso i democratici, mica noi. Non basta aver detto che “se un uomo non è disposto a rischiare per le sue idee o non valgono nulla le sue idee o non vale nulla lui”. Quel che conta è esserne stato all’altezza.

● Perché, pensando alla millenaria lotta fra l’usura e il lavoro, Pound individuò nel problema abitativo – da sempre centrale nelle battaglie di Cpi – il terreno essenziale in cui è maggiormente riscontrabile lo strangolamento dei popoli ad opera degli usurai. Dovendo lanciare la sua invettiva anti-usurocratica, il poeta non a caso inizia ricordando che «Con usura nessuno ha una solida casa / di pietra squadrata e liscia». È nota anche la passione poundiana per il punto 15 del Manifesto di Verona della Rsi, in cui si affermava: “Quello della casa non è soltanto un diritto di proprietà, è un diritto alla proprietà”. Pound gradirà moltissimo il gioco di parole, citandolo nel canto 78, nel 100 e nel 108. E le gradiamo anche noi: esiste, nel panorama politico italiano, una proposta più poundiana del mutuo sociale?

● Perché in un’epoca di attacco alla sovranità politica, finanziaria e monetaria degli Stati, in un’epoca di crisi – una crisi che hanno provocato i “buoni”, i liberali, i democratici, quelli che oggi stabiliscono nuove liste di proscrizione senza aver mai pagato per i loro crimini – l’insegnamento di Pound sui crimini dell’usura torna d’attualità. «L’usuraio distruggerà ogni ordine sociale, ogni decenza, ogni bellezza», dice il poeta. La sua cosiddetta “eresia economica” non è altro che un sistema di principi volto a realizzare la “directio voluntatis” in un mondo senza direzione e senza volontà. In un momento in cui la Grecia pensa di mettere all’asta il Partenone per salvare uno Stato sull’orlo della bancarotta, Pound dice: «Il tempio è sacro / perché non è in vendita». In un’epoca in cui i flussi finanziari si basano su una quantità di denaro infinitamente superiore a quello relativo all’economia reale, Pound mette in guardia dal denaro creato “ex nihilo”. «Nella storia – scrive Pound – troviamo due forze: una che divide, spezza e ammazza, l’altra che contempla l’unità del mistero». CasaPound vuole essere il fascio di forze che unisce la nazione. Per questo fa rabbia a chi “divide, spezza e ammazza”.

● Perché in un mondo che ammucchia in maniera disordinata linguaggi e culture, che divora carne umana dissimulando i genocidi dietro la facciata della simpatica babele colorata, Pound ha mostrato la via per un cosmopolitismo sano, attento alle differenze e mai dimentico delle radici. Nei suoi Cantos si alternano inglese e italiano, ideogrammi cinesi, linguaggio provenzale, espressioni dialettali e persino geroglifici egiziani. Il tutto, però, pensato in una composizione organica, armonica, che tiene lontano la confusione priva di centro. Pound poeta globale e “no global” allo stesso tempo, Pound alfiere degli scambi culturali ma non del baratto dell’anima, contro le ristrettezze culturali e le de-formazioni.

● Perché, a dispetto dei ruminanti della cultura che banchettano sulle spoglie della sua opera, nonostante i “professori” e gli “intellettuali”, Pound dimostrerà sempre un’affinità spirituale con il popolo, con chi vive un’esistenza magari semplice ma autentica, con chi dona se stesso. È il caso della “eroina di Rimini” del Canto LVIII, la ragazza «un po’ tozza ma bella» che, dopo essere stata stuprata dagli Alleati, condurrà una truppa canadese in un campo minato, suicidandosi per dar la morte all’invasore. «Gagliardo lo spirito della pupetta / cantava, cantava incantata di gioia, / or’ora per la strada che va verso’l mare. / Gloria della patria! Gloria! Gloria / morir per la patria nella Romagna!». Un’eroina popolare che farà esclamare al poeta: «Nel settentrion rinasce la patria /
ma che ragazza! / Che ragazze, / che ragazzi, / portan ‘ il nero!», dove ovviamente il settentrione è quello della Rsi. E come dimenticare l’incontro tra Pound e Benito Mussolini avvenuto il 30 gennaio 1933, nel quale il poeta consegna una copia dei canti 1-30 al Duce. Quest’ultimo li sfoglia, legge per un po’, poi esclama: «È divertente». Il commento appare a prima vista naif, superficiale, quasi irridente. Tale, almeno, è sembrato negli anni ai soloni della cultura. Non così all’autore dei Cantos, che proprio a questo episodio dedicherà l’incipit del canto numero 41: «“Ma qvesto”, / disse il Duce, “è divertente”/ afferrando il punto prima degli esteti». Insomma, Mussolini (“The Boss”, nella versione originale), con il suo intuito popolaresco, arriva prima e più lontano degli “esteti”. Gli “esteti”, ovvero quelli che oggi voglion dare lezioni di poundismo ai ragazzi che ancora portano il nero…

● Perché – e volutamente poniamo questo punto per ultimo – Ezra Pound fu fascista. Luca Gallesi, uno degli studiosi poundiani più quotati, lo ha riconosciuto con chiarezza: «L’autore dei Cantos è stato, indiscutibilmente, fascista» (Le origini del fascismo di Ezra Pound, Ares, p. 15). Le occasioni di sostegno di Pound a Mussolini e al suo regime sono infinite, troppo lunghe per essere ricordate in modo esauriente e sinteticamente riassunte nel solare saluto romano che offrirà ai giornalisti dopo la sua liberazione. Pound vede nella patria del fascismo «l’unico paese in Europa dove esistesse una resistenza di una certa solidità contro l’usurocrazia internazionale». In un celebre saggio paragona il Duce a Jefferson. Nei suoi celebri radiodiscorsi, circa 300 tra il 1941e il 1943, illustra le sue teorie, predica la pace, chiede agli americani di non lasciarsi abbindolare dalla propaganda di chi ha interesse a muovere guerra all’Italia. Il suo attivismo su quotidiani, riviste, università, personalità del regime è a dir poco febbrile. Viene ricevuto da Mussolini, che di lui dirà: «Il mio amico Pound ha ragione. La rivoluzione è guerra all’usura». Il poeta arriverà persino a scrivere una sceneggiatura cinematografica a tutt’oggi inedita, Fiamme nere, dedicata alla rivoluzione fascista. Durante la Rsi non solo non abbandona il fascismo, ma intensifica il suo impegno in camicia nera, giungendo persino a creare di propria mano manifesti murali 40×70 e 10×70 centimetri con frasi confuciane di propaganda da affiggere sui muri di Rapallo. Pound precursore dell’attacchinaggio selvaggio!

Per tutto questo e per tanto altro, oggi Ezra Pound starebbe con noi. E magari sussurrerebbe in modo impercettibile: che ragazze, che ragazzi…

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