Perché ci piace Ezra Pound

10 01 2012

di Adriano Scianca

«Con Gallesi e la bravissima anglista Caterina Ricciardi dell’Università di Roma sono andato a parlare d’economia poundiana in CasaPound, un palazzo di sei piani occupato a Roma da un centro sociale antagonista, che vi ha sistemato una ventina di famiglie sfrattate dalla speculazione e svolge un’attività polemica contro l’usurocrazia […]. [Si tratta di] rari segnali vitali in un quadro politico stagnante e sconfortante».  Giano Accame

Vilmente ghignanti di affilata soddisfazione quando il poeta si rigirava nella gabbia da zoo in cui l’avevano rinchiuso, ora si preoccupano di quanto lo stesso si rivolti nella tomba. Non hanno pudore né dignità i poundiani dell’ultimissima ora, i custodi dell’ortodossia, di ogni ortodossia, dell’ortodossia in quanto tale. Sempre in cerca di una verità assoluta di cui vantare il monopolio, ora pretenderebbero persino di difendere Ezra Pound da CasaPound. Un nome, quest’ultimo, che suona alle loro orecchie come peccato di lesa maestà: del poeta, dicono, ma il potere che vedono oltraggiato è solo il loro. Perché in fondo lo sanno, non lo comprendono razionalmente ma lo avvertono, lo percepiscono nell’aria, come un brivido sull’epidermide: se Pound fosse qui, oggi, sarebbe con noi e non con loro.

Ad ogni modo, ad uso dei pigri, precisiamo che a CasaPound piace Ezra Pound perché:

● In un’epoca in cui qualsiasi cialtrone con velleità da provocatore si crede “anticonformista”, in cui il coraggio intellettuale è merce rara e la coerenza un lusso per pochi, Ezra Pound si assunse fino in fondo le responsabilità delle sue azioni e delle sue parole, pagandole entrambe con la tortura e la vendetta antifascista. È bene ricordare come il maggior poeta vivente, dopo la “liberazione”, venne rinchiuso, sessantenne, in una gabbia da zoo a cielo aperto per tre settimane. Con un secchio lercio per gabinetto, con il cemento nudo per branda, esposto al sole di giorno e ai fari accecanti di notte, sorvegliato a vista, esposto alle intemperie. Trasferito in America, passò tredici anni in manicomio criminale. Il primo anno e mezzo rimase in una corsia senza finestre, lampadine sempre accese, rarissime visite che ogni volta potevano durare massimo un quarto d’ora e comunque sempre in presenza di un secondino. Una dimensione di completa alienazione, senza luce del sole, senza contatti con l’esterno, senza dignità, senza senso. Ce l’hanno chiuso i democratici, mica noi. Non basta aver detto che “se un uomo non è disposto a rischiare per le sue idee o non valgono nulla le sue idee o non vale nulla lui”. Quel che conta è esserne stato all’altezza.

● Perché, pensando alla millenaria lotta fra l’usura e il lavoro, Pound individuò nel problema abitativo – da sempre centrale nelle battaglie di Cpi – il terreno essenziale in cui è maggiormente riscontrabile lo strangolamento dei popoli ad opera degli usurai. Dovendo lanciare la sua invettiva anti-usurocratica, il poeta non a caso inizia ricordando che «Con usura nessuno ha una solida casa / di pietra squadrata e liscia». È nota anche la passione poundiana per il punto 15 del Manifesto di Verona della Rsi, in cui si affermava: “Quello della casa non è soltanto un diritto di proprietà, è un diritto alla proprietà”. Pound gradirà moltissimo il gioco di parole, citandolo nel canto 78, nel 100 e nel 108. E le gradiamo anche noi: esiste, nel panorama politico italiano, una proposta più poundiana del mutuo sociale?

● Perché in un’epoca di attacco alla sovranità politica, finanziaria e monetaria degli Stati, in un’epoca di crisi – una crisi che hanno provocato i “buoni”, i liberali, i democratici, quelli che oggi stabiliscono nuove liste di proscrizione senza aver mai pagato per i loro crimini – l’insegnamento di Pound sui crimini dell’usura torna d’attualità. «L’usuraio distruggerà ogni ordine sociale, ogni decenza, ogni bellezza», dice il poeta. La sua cosiddetta “eresia economica” non è altro che un sistema di principi volto a realizzare la “directio voluntatis” in un mondo senza direzione e senza volontà. In un momento in cui la Grecia pensa di mettere all’asta il Partenone per salvare uno Stato sull’orlo della bancarotta, Pound dice: «Il tempio è sacro / perché non è in vendita». In un’epoca in cui i flussi finanziari si basano su una quantità di denaro infinitamente superiore a quello relativo all’economia reale, Pound mette in guardia dal denaro creato “ex nihilo”. «Nella storia – scrive Pound – troviamo due forze: una che divide, spezza e ammazza, l’altra che contempla l’unità del mistero». CasaPound vuole essere il fascio di forze che unisce la nazione. Per questo fa rabbia a chi “divide, spezza e ammazza”.

● Perché in un mondo che ammucchia in maniera disordinata linguaggi e culture, che divora carne umana dissimulando i genocidi dietro la facciata della simpatica babele colorata, Pound ha mostrato la via per un cosmopolitismo sano, attento alle differenze e mai dimentico delle radici. Nei suoi Cantos si alternano inglese e italiano, ideogrammi cinesi, linguaggio provenzale, espressioni dialettali e persino geroglifici egiziani. Il tutto, però, pensato in una composizione organica, armonica, che tiene lontano la confusione priva di centro. Pound poeta globale e “no global” allo stesso tempo, Pound alfiere degli scambi culturali ma non del baratto dell’anima, contro le ristrettezze culturali e le de-formazioni.

● Perché, a dispetto dei ruminanti della cultura che banchettano sulle spoglie della sua opera, nonostante i “professori” e gli “intellettuali”, Pound dimostrerà sempre un’affinità spirituale con il popolo, con chi vive un’esistenza magari semplice ma autentica, con chi dona se stesso. È il caso della “eroina di Rimini” del Canto LVIII, la ragazza «un po’ tozza ma bella» che, dopo essere stata stuprata dagli Alleati, condurrà una truppa canadese in un campo minato, suicidandosi per dar la morte all’invasore. «Gagliardo lo spirito della pupetta / cantava, cantava incantata di gioia, / or’ora per la strada che va verso’l mare. / Gloria della patria! Gloria! Gloria / morir per la patria nella Romagna!». Un’eroina popolare che farà esclamare al poeta: «Nel settentrion rinasce la patria /
ma che ragazza! / Che ragazze, / che ragazzi, / portan ‘ il nero!», dove ovviamente il settentrione è quello della Rsi. E come dimenticare l’incontro tra Pound e Benito Mussolini avvenuto il 30 gennaio 1933, nel quale il poeta consegna una copia dei canti 1-30 al Duce. Quest’ultimo li sfoglia, legge per un po’, poi esclama: «È divertente». Il commento appare a prima vista naif, superficiale, quasi irridente. Tale, almeno, è sembrato negli anni ai soloni della cultura. Non così all’autore dei Cantos, che proprio a questo episodio dedicherà l’incipit del canto numero 41: «“Ma qvesto”, / disse il Duce, “è divertente”/ afferrando il punto prima degli esteti». Insomma, Mussolini (“The Boss”, nella versione originale), con il suo intuito popolaresco, arriva prima e più lontano degli “esteti”. Gli “esteti”, ovvero quelli che oggi voglion dare lezioni di poundismo ai ragazzi che ancora portano il nero…

● Perché – e volutamente poniamo questo punto per ultimo – Ezra Pound fu fascista. Luca Gallesi, uno degli studiosi poundiani più quotati, lo ha riconosciuto con chiarezza: «L’autore dei Cantos è stato, indiscutibilmente, fascista» (Le origini del fascismo di Ezra Pound, Ares, p. 15). Le occasioni di sostegno di Pound a Mussolini e al suo regime sono infinite, troppo lunghe per essere ricordate in modo esauriente e sinteticamente riassunte nel solare saluto romano che offrirà ai giornalisti dopo la sua liberazione. Pound vede nella patria del fascismo «l’unico paese in Europa dove esistesse una resistenza di una certa solidità contro l’usurocrazia internazionale». In un celebre saggio paragona il Duce a Jefferson. Nei suoi celebri radiodiscorsi, circa 300 tra il 1941e il 1943, illustra le sue teorie, predica la pace, chiede agli americani di non lasciarsi abbindolare dalla propaganda di chi ha interesse a muovere guerra all’Italia. Il suo attivismo su quotidiani, riviste, università, personalità del regime è a dir poco febbrile. Viene ricevuto da Mussolini, che di lui dirà: «Il mio amico Pound ha ragione. La rivoluzione è guerra all’usura». Il poeta arriverà persino a scrivere una sceneggiatura cinematografica a tutt’oggi inedita, Fiamme nere, dedicata alla rivoluzione fascista. Durante la Rsi non solo non abbandona il fascismo, ma intensifica il suo impegno in camicia nera, giungendo persino a creare di propria mano manifesti murali 40×70 e 10×70 centimetri con frasi confuciane di propaganda da affiggere sui muri di Rapallo. Pound precursore dell’attacchinaggio selvaggio!

Per tutto questo e per tanto altro, oggi Ezra Pound starebbe con noi. E magari sussurrerebbe in modo impercettibile: che ragazze, che ragazzi…

http://www.ideodromocasapound.org

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